◆ ʏᴇs ɪ ᴀᴍ﹣ʀᴇʙᴇᴋᴀʜ 2ɴᴅ. ◆
|...| t-shirts che avevo da sempre visto indosso ad Osborn; eravamo quindi sani e salvi. ≺Allora mentre tu finisci di sistemare la /tua/ roba, vado a farmi un giro, chissà che non abbiano sistemato la macchinetta del caffè al piano di sotto.≻ mi allontanai così dalla mensola sulla quale avevo sistemato alcuni premi di nostra proprietà, passandogli accanto così da lasciargli una pacca amichevole sulla schiena e fermarmi un ultimo attimo sull'uscio. ≺Quando stai per finire, inviami un messaggio che vado ad accendere la macchina.≻ mi congedai così lasciando aperta la porta poiché, come sempre, quello spilorcio del preside iniziava a far funzionare l'aria condizionata nei corridoi, attendendo per le camere almeno un paio di settimane dall'inizio delle lezioni, così da farci morire disidratati o per convincerci di non rimanere a poltrire in camera. ❝Idiota.❞ commentai mentalmente scuotendo il capo mentre scendevo le prime due rampe di scale, regalando un cenno del capo per saluto a chiunque si interessasse a rivolgermi un semplice ‹Ehi Russ!› donzelle o compagni di corso che fossero.
Come c'era da aspettarsi -quando mai qualcosa poteva andarmi per il meglio- il rosso dagli ormoni sballati non aveva chiamato l'assistenza per far aggiustare quegli aggeggi che /teoricamente/ erano di vitale importanza per tutti quegli studenti che senza caffè non avrebbero superate le varie ore di lezioni. Irritato, cacciai le mani in tasca e con mia grande sorpresa vi trovai una penna a scatto probabilmente lì messa perché altro posto non avevo su cui posarla. Potei quasi sospettare che qualche creatura mistica avesse voluto di proposito farmela trovare così che, nel frattempo che passeggiavo per il cortile, avevo di che sfogarmi per la tensione accumulata da quando ero tornato nello stato di New York, a mio malincuore. Durò poco quel giochetto, tanto che -rifugiatomi all'ombra di un albero, poggiandomi alla parete- definii tale passatempo talmente noioso che mi sentii costretto a rifiutare l'oggetto, gettandolo a terra. Una voce femminile mi distrasse però dalle considerazioni poco carine che stavo riservando nei confronti di tutto ciò che aveva colmato le mie giornate da lì a qualche mese addietro, facendomi quindi alzare lo sguardo così che i miei occhi stanchi incontrassero la rigida figura d'una studentessa che forse mai avevo avuto il piacere d'osservare. Fu soltanto un peccato il fatto che fossi letteralmente a pezzi per poterle riservare le giuste attenzioni ma convenni che ad ogni modo non fosse la migliore delle occasioni per mettermi in mostra come al solito. Mi limitai ad un cenno del capo alla sua domanda nei riguardi della mia identità, ascoltando con ammirazione la professionalità ch'ella utilizzava per parlare di sé e del suo lavoro, in un così fiero modo. Difficilmente accettavo incarichi dalle fanciulle, non che le ritenessi inesperti, anzi, la maggior parte delle volte però s'inventavano un servizio solo per potermi comandare a bacchetta come |...|
Come c'era da aspettarsi -quando mai qualcosa poteva andarmi per il meglio- il rosso dagli ormoni sballati non aveva chiamato l'assistenza per far aggiustare quegli aggeggi che /teoricamente/ erano di vitale importanza per tutti quegli studenti che senza caffè non avrebbero superate le varie ore di lezioni. Irritato, cacciai le mani in tasca e con mia grande sorpresa vi trovai una penna a scatto probabilmente lì messa perché altro posto non avevo su cui posarla. Potei quasi sospettare che qualche creatura mistica avesse voluto di proposito farmela trovare così che, nel frattempo che passeggiavo per il cortile, avevo di che sfogarmi per la tensione accumulata da quando ero tornato nello stato di New York, a mio malincuore. Durò poco quel giochetto, tanto che -rifugiatomi all'ombra di un albero, poggiandomi alla parete- definii tale passatempo talmente noioso che mi sentii costretto a rifiutare l'oggetto, gettandolo a terra. Una voce femminile mi distrasse però dalle considerazioni poco carine che stavo riservando nei confronti di tutto ciò che aveva colmato le mie giornate da lì a qualche mese addietro, facendomi quindi alzare lo sguardo così che i miei occhi stanchi incontrassero la rigida figura d'una studentessa che forse mai avevo avuto il piacere d'osservare. Fu soltanto un peccato il fatto che fossi letteralmente a pezzi per poterle riservare le giuste attenzioni ma convenni che ad ogni modo non fosse la migliore delle occasioni per mettermi in mostra come al solito. Mi limitai ad un cenno del capo alla sua domanda nei riguardi della mia identità, ascoltando con ammirazione la professionalità ch'ella utilizzava per parlare di sé e del suo lavoro, in un così fiero modo. Difficilmente accettavo incarichi dalle fanciulle, non che le ritenessi inesperti, anzi, la maggior parte delle volte però s'inventavano un servizio solo per potermi comandare a bacchetta come |...|